Ha un volto rotondo, capelli biondi e occhi azzurri, il mio addio agli esami universitari. Si chiama Lia, è l’assistente del professore di consumer behaviour. È carinissima, ti ascolta sorridendo e annuisce con il suo naso all’insù, guardandoti fisso negli occhi.
“Che cos’è il linking value?” E via, un po’ tremante, a parlare di marketing tribale, modelli teorici, economia dell’esperienza. I nomi? Nicosia, Howard, un vuoto. “Ti darei 24”, è come se mi avesse confessato che non mi amava più. Leggermente corrucciata, non ci può fare niente, ma continua a guardarmi fissa negli occhi, tesa in avanti. L’imprecisione si paga. Si vede che hai studiato, ma... Così poco? Allora dimmi ancora le caratteristiche dei cult. Rappresentatività, ritualità, mito e la quarta... è la più facile, ora le ho dette invertendo l’ordine e non mi viene più in... affettività! Ti amo, Lia. Passa a 25, firma tutto. E questa è l’ultima domanda che mi farete sul nome di un autore o la definizione di un suo cacchio di inutile modello teorico.
La festa è finita, non ci saranno più ripassi al fulmicotone, ritrovi agitati 6 ore prima dell’esame, bigliettini stampati a computer e ritagliati in mini-slide. Basta appelli, basta evidenziatori che scandagliano 400 pagine per trarne 40 perle di saggezza, basta conteggi sulle dita di una mano per memorizzare nomi, titoli e anni.
Rimane una mente aerodinamica, pronta a girare e punzecchiare. Forme di pensiero affilate come spade, un mare di idee, sparse e illeggibili. Inizia una nuova età di giochi. Quelli in cui si vince o si perde, si accelera o si frena, si inventa e si crea, si rischia e si paga tutto. L’eccitazione è sempre la stessa, uguale a quella di una voce tremante davanti agli occhi azzurri di Lia.