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Diario

Dreamin in the rain

Finalmente anche su Fioriblu, Dreamin in the rain, un mio recente racconto, pubblicato sull'ultimo numero di Label.

Autunno milanese. Calore appannato, brusio sordo, io e Anna seduti al tavolo in silenzio, col fiatone e i volti arrossati. Abbiamo corso a perdifiato, tra i fari delle auto e le pozzanghere, aggrappati ad un piccolo ombrello, e l’acqua tiepida ci ha intrisi dalle scarpe alle punte dei capelli. Abbiamo corso fino a trovare piazza Cordusio e Ronald McDonald ad accoglierci.
Di solito Anna porta una cresta alta una ventina di centimetri e un ciuffo che si protende in avanti, ma l’acqua ha disciolto la costruzione e ora i capelli le colano un po’ dappertutto. La felpa che indossa è mia, e stona meravigliosamente nel suo abbigliamento da sera, un Burberry bianco e nero. Con un dito si aggiusta gli occhiali e solleva la frangia, mentre si alza per prendere posto in coda.

Anna ha vent’anni e il suo monolocale di Porta Romana è un luogo di passaggio come tutti gli altri. Viaggia da sola, ossessivamente, capricciosamente. «Bagagli per due, sulla Z3, non ci stanno.» Ora è appena tornata da un lungo giro in solitaria e, come d’abitudine, non mi racconta nulla. Inclina la Coca-Cola, invece, e beve dalla cannuccia.

– Anna, quella felpa ti sta proprio da schifo.
– Ovvio, è tua.
– E me l’hai anche bagnata.
– Anche l’ombrello è tuo.
– Ecco, dovevo mollarti sotto la pioggia, te e il tuo vestitino scollato.
– Non sarebbe cambiato granché.
Sorridendo si passa una mano nei capelli e poi se l’asciuga nella maglia.

Il brusio aumenta con le persone che mano a mano trovano rifugio nel McDonald’s. Si sentono frammenti di frasi spagnole e qualche rauco incedere arabo. Al nostro tavolo si avvicinano due pallidi backpackers, ottengono il permesso di sedersi e si liberano degli zaini.
Anna s’impettisce leggermente e d’improvviso alza gli occhi verso di me, inspirando, e inizia a raccontare, seria.
– Sono tornata a Neuschwanstein. – Annuisco impercettibilmente.
– Mi han fatto parcheggiare giù, e l’ho fatta a piedi fino al castello.
– Che sei andata a fare? – Domanda stupida.
– Ho portato il violino. Ho aspettato che se ne andassero tutti, poi l’ho tirato fuori e mi sono messa proprio in centro allo spiazzo. Ero tutta in nero, sera nuvolosa, dovevi vedere.
Si materializza, Anna, con la cresta nera, il corpetto e gli stivali lucidi, che attende i suoi cinque secondi scenici, immobile in posa, occhi chiusi e gomito alzato, l’archetto appoggiato alle corde. Il grande piazzale di ghiaia deserto, e alle sue spalle il castello bianco, infinitamente più alto di lei.
– Non sapevo perché fossi lì. Per un attimo mi sono vergognata, solo per un attimo. Poi ho mosso i crini sulle corde ed è uscito un sol fortissimo.
Parla come se si sentisse in colpa, fa una pausa e cerca con gli occhi la sua Coca-Cola. I due americani hanno preso troppe patatine e ce ne offrono, poi si mettono discretamente in ascolto.
– Non mi sono più fermata. Ho giocato, improvvisato, mescolato. Bach e Vanessa Mae, Vivaldi, Paganini, tutto. Faceva un freddo cane, mi gelavano le mani e i piedi, ma ho suonato tanto.
– Non è la prima volta.
– Lo so, ma è stato diverso. L’effetto è stato diverso.
– Non era esaltante?
– Non solo. Il suono usciva da solo, io eseguivo e insieme ascoltavo. Guardavo avanti a me, fisso, mi chiedevo fin dove arrivasse il suono e vedevo dove arrivavo io. Capisci?
– No.
Anche gli americani hanno le facce di chi non ha capito.
– Hai mai sentito dire che quando un albero cade nella foresta, e non c’è nessuno a sentire, non fa nessun rumore? L’altra sera la musica era tutta mia, dipendeva da me completamente, dal concepimento all’esecuzione alla fruizione. E non era solo estasi, era proprio la delimitazione di tutto il mio campo: ero io! Ero sicura, forte, protetta, ero a casa.
Immagino Anna dentro una bolla d’energia terribilmente new-age, una sfera viola che ingloba un pezzo di foresta e il castello di Ludwig. Persino gli americani annuiscono.

Per me e Anna, quello di oggi è il primo appuntamento. Abbiamo sempre comunicato attraverso l’e-mail, e l’ho amata in un modo particolare, non serio, letterario, tratteggiando il mio personaggio con le parole, così come lei tratteggiava il suo.
Ci siamo incontrati nel pomeriggio grigio di oggi, davanti alla Feltrinelli di Piazza Piemonte, perché Anna doveva assolutamente mostrarmi una cosa. Avevamo due ombrelli a ripararci, ed eravamo entrambi in ritardo, ma quando sono arrivato lei era già lì. Di sicuro mi ha visto appena sono sceso dal 72; mi è venuta incontro, con lo sguardo basso e l’aria serena. C’era un bel casino su corso Vercelli e Anna aveva quasi dovuto urlare il primo «Ciao». Lì è successo qualcosa, gli ombrelli si sono toccati ed è stato un po’ come trovarsi sbalzati al termine di un volo nell’iperspazio. Voglio dire, i suoi occhi erano quelli che conoscevo da sempre e non avevo nessun dubbio a riguardo, ma per qualche minuto ci siamo comportati come se non ci conoscessimo affatto. Gli ombrelli ci costringevano a una certa distanza: a disagio ma al sicuro. Così ho cominciato a chiudere il mio, per entrare in libreria. Anna mi ha seguito e ha buttato l’ombrello in un angolo, dove sarebbe rimasto, credo di proposito. Nell’area Classici è stato un continuo indicarsi titoli e raccontare ricordi e consigliare acquisti e discutere e litigare. A un tratto mi prende la mano, mi tira verso la “Q” e mi sposa con una certa violenza a Icaro involato di Queneau: «Senza questo, di me non puoi capire niente.»

I due americani ora cominciano a rendermi nervoso. Mi alzo e faccio un segno ad Anna per farle capire che è tardi. Lei mi guarda interrogativa, cannuccia in bocca, e aspirando compiaciuta risponde con il suono della Coca-Cola on the rocks vuota. Fuori non piove più.

– Dopo un po’ che suonavo Bach, a Neuschwanstein, ho chiuso gli occhi e ho cominciato a raccontare di te, di papà, di Max e degli altri.
– E non hai avuto più paura.
– Non ho avuto più paura, di nulla.
Sorride mentre si gode il rumore cadenzato dei suoi tacchi bassi, che la portano verso l’aperitivo.
– Sono andata avanti per un bel po’. Poi ho sentito una vibrazione sul petto, ritmica. L’ho seguita con la musica, poi ho aperto gli occhi ed era tutto buio, tranne la luce dei riflettori dietro di me, e ho visto altre luci che mi venivano incontro.
– Anna, sei terribilmente new-age.
– La vibrazione era il telefonino.
– E chi era?
– Tu.
– E non mi hai risposto?
– Certo che no.
– Meno male, visto che io non ti ho chiamata.
– Le luci erano i fari di una vecchia Mercedes bianca e verde.
– Con le scritte Polizei sulle fiancate, magari.
– Già. – Fa un gesto teatralmente rassegnato e entrambi tratteniamo il riso. – Sono stati gentili.

Quando usciamo dal Key-Largo, Anna guarda il telefono e mi annuncia che deve andare. I suoi capelli hanno ripreso una forma civile, grazie alla toilette del locale, ma il suo senso dell’orientamento è un po’ annebbiato. Per trovare la sua macchina, la devo trascinare per otto chilometri, mentre lei continua ad azionare il telecomando sperando che l’auto, ovunque sia, risponda.
Appena si reincontrano, la padrona si tuffa dalla portiera sinistra, raggiunge il cassettino del passeggero e ne trae una piccolissima fotocamera digitale. Esce e si mette in posa al mio fianco. «Non è mia.» Avvicina la testa fino ad appoggiare la tempia sul mio orecchio e scatta, e ci acceca. «Ridi.» E scatta di nuovo. Giro la testa, la bacio sulla guancia e lei scatta.
Sbattiamo gli occhi per riprendere il senso della vista e dell’equilibrio, mentre Anna mi porge la fotocamera: «Questa era la cosa che dovevo farti vedere. Tienila, ma mandami le foto».
Mi abbraccia forte per quattro secondi e un attimo dopo la BMW romba, il tettuccio si apre e le ruote cominciano a manovrare per tirarsi via dal parcheggio, mentre io mi incammino verso casa, roteando il piccolo ombrello chiuso.

Nella fotocamera ci sono due autoscatti mossi di Anna, di fronte al castello, e ottantasei fotografie di una coppia di giovani sposi russi, in viaggio di nozze a Roma. Bellissime.




Lietissimo di ricevere critiche e commenti! :)

[Postato da Novecento, 09-01-2006 @ 23:08:52]

22 commenti (rispondi)

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